IV – APRILE 2026 – Oltre gli spazi tradizionali del laboratorio

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La newsletter del progetto LS-OSA

IV – APRILE 2026

Oltre gli spazi tradizionali del laboratorio 

Intervista al prof. Carlo Meneghini 
Professore Ordinario, Dipartimento di Scienze, Università Roma Tre, componente del Comitato Tecnico Scientifico del progetto LS-OSA 

Carlo Meneghini, con una giacca dea neve blu e nera, sullo sfondo montagne innevate

Come è iniziata la sua collaborazione con il progetto LS-OSA, cosa le ha dato e quali sono le prospettive per il futuro? 

La mia collaborazione con il progetto LS-OSA è iniziata circa quindici anni fa, quando il professor Settimio Mobilio mi coinvolse in quella che allora era poco più di un’idea. Insieme a lui e agli altri membri del CTS abbiamo contribuito a costruirne l’ossatura, fondata su due intuizioni: da un lato, il laboratorio inteso non come spazio fisico, ma come atteggiamento, come modo di osservare la realtà con curiosità scientifica, anche nei fenomeni quotidiani; dall’altro, la creazione di una comunità di docenti capace di sviluppare nel tempo un repository condiviso di attività sperimentali, valorizzando le esperienze di ciascuno. 

Posso dire di essere cresciuto professionalmente insieme al progetto. Il confronto con i docenti della scuola è stato prezioso: mi ha permesso di guardare all’insegnamento da una prospettiva diversa rispetto a quella tipica del docente universitario, offrendo spunti concreti per ripensare anche la mia didattica in accademia. 

Per il futuro, mi auguro anche attraverso i cambiamenti e le evoluzioni che ci sono stati negli ultimi anni, il progetto continui a coinvolgere i docenti, mantenendo e rafforzando il dialogo tra scuola e università, a sostegno di una didattica della scienza sempre più pratica e laboratoriale. 

Quale, tra le attività condotte negli anni dal progetto, è a suo avviso quella che ha generato maggiore impatto sulla didattica dei docenti coinvolti? 

 Certamente i Laboratori itineranti regionali: un ciclo di circa venti seminari, tenutisi tra il 2014 e il 2019, uno per ciascuna regione, pensati per coinvolgere i docenti nei loro contesti locali. L’obiettivo non era solo proporre contenuti, ma costruire momenti di formazione condivisa, lavorando in modo concreto con gruppi di insegnanti del territorio. Per tappa abbiamo organizzato due giornate di attività, alternando seminari e sperimentazione diretta. 
L’aspetto più significativo è stato portare a casa dei docenti gli esperimenti, mostrando che è possibile fare laboratorio anche al di fuori degli spazi tradizionali. Questo, secondo me, ha contribuito a cambiare la percezione del laboratorio, non più vincolato a spazi e dotazioni specifiche, ma come una pratica accessibile, replicabile e integrata nella didattica quotidiana. Spero sarà possibile farne una seconda edizione. 

Tra gli esperimenti elaborati dal progetto, ce n’è uno che utilizza anche nella didattica universitaria? 

Nel corso degli anni ho preparato e sperimentato diverse attività, sia in aula sia a casa, complice il fatto di avere figli al Liceo. Quelli che utilizzo con più soddisfazione anche nei miei corsi universitari riguardano la gestione delle incertezze di misura. Spesso la scienza viene percepita come qualcosa di esatto e immutabile e, proprio per questo, talvolta distante dalla variabilità e dall’incertezza che caratterizzano la realtà quotidiana. In realtà, il lavoro scientifico si confronta continuamente con la necessità di aggiornare i modelli alla luce di risultati nuovi, talvolta inattesi, e di verificare o falsificare le teorie. Soprattutto, si confronta con un limite fondamentale: il risultato esatto non esiste, ogni misura porta con sé un’inevitabile incertezza. Gli esperimenti su questo tema, in particolare il 4. Chi è più veloce? e il 6. Errori di misura: più lungo che alto, sono molto efficaci perché rendono tangibile questa idea. Permettono di capire come gestire l’incertezza, interpretare i dati e riconoscere differenze significative, superando un’idea inesatta di precisione assoluta. 

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